Yohann Métay in La Solitoudinée
Yohann Métay in La Solitoudinée
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<p>Perché scrivere un altro spettacolo da solista quando c'è così tanto da dire e così tanto piacere da trarre dalle creazioni collettive? Perché la solitudine offre libertà di tono e ritmo; significa non dover rispondere a nessuno se non al pubblico e alla propria dignità. Una performance da solista garantisce la libertà di fare veramente ciò che si desidera, di dare forma all'intimo.<br><br> Ma che inferno è questa solitudine! Questi dubbi, queste domande che poni allo specchio, solo per vedertele tornare indietro. Che specchio stupido! La follia non è mai lontana quando la tua stessa voce risponde a se stessa, poi risponde a se stessa, poi... shhh, silenzio! Per evitare di diventare un eremita pazzo, niente è meglio che far parte di un gruppo!<br><br> Ah, il collettivo! Si tratta di scambio, complementarità, della certezza di non imboccare ciecamente un'unica strada, di condivisione di emozioni, fallimenti e gioie. Il collettivo apre gli occhi a tutti, esplora spazi più ampi alimentati da un maggior numero di nevrosi, stimolati da desideri diversi. E poi c'è questo confronto con gli altri, che mette a confronto il Sé con il Mondo e viceversa: questa è la vita vera, la vita che plasma la società e l'identità individuale. Costruiamo il Sé solo all'interno del Noi.<br><br> Ma i gruppi, che incubo! È l'obbligo di sottostare agli accordi collettivi che troviamo stupido, è accettare di rallentare per aspettare ed essere superati da persone più pazze di noi. La vecchietta che appoggia la valigia proprio all'uscita del treno, mmm; la famiglia che si accalca contro il nastro trasportatore dei bagagli a Orly, grrrrr; il personale della reception di un centro culturale che non ha letto bene il foglio informativo, aargg... ma sto divagando.</p><p> È una negoziazione continua su tutto e su niente, e dover sopportare il fatto che gli altri non capiscono cosa ti passa per la testa perché non ci sono, troppo impegnati a vivere i propri pensieri. Quanto sono tediose queste nevrosi contrastanti, queste ansie che si calpestano a vicenda, queste goffe battaglie di capoeira di solitudini identiche.<br><br> Questa solitudine ci getta, come neonati affamati e soffocati, nel gelo abissale dell'ignoto, rendendoci dipendenti dagli altri per la sopravvivenza. E per tutta la vita cercheremo di affermare un'identità che non esiste senza gli altri, nel cuore di un gruppo umano che non conosce se stesso e si cerca in questo continuum di solitudine e folla, tentando di vivere in equilibrio. Tra grandi raduni festivi dove l'illusione di essere migliaia di anime affini che vibrano all'unisono crea nuove chiese, e seminari e consigli sull'arte di ritirarsi dal mondo per ritrovare se stessi, siamo persi.<br><br> I ritratti sarebbero numerosi, troppi per descrivere e incarnare tutte le forme di solitudine che compongono il nostro mondo. Ce n'è quasi uno per ognuno, formato dalla nostra identità più profonda e dai nostri ruoli sociali. In questa nuova narrazione, vorrei esplorare questo tema fondamentale: il sentimento di solitudine che risiede in ognuno di noi e il suo confronto con il desiderio di comunità, ma anche con l'angoscia di essere consumati, annegati da quella stessa comunità.<br><br> Si tratta quasi di un terzo racconto epico, parte di un trittico "esistenzialista". Dopo quello di questa razza solitaria in mezzo a un gregge umano, alla ricerca, nel proprio orgoglio, di qualcosa di più grande di sé (La tragedia del biblico numero 512) e quello dell'uomo che si è isolato per fuggire e che si risveglia per tentare di conquistare una stella inaccessibile, quella che tutti gli altri guarderanno con stupore (Il sublime sabotaggio).</p><p> Una nuova avventura, dunque, una burlesque, sulla strada verso la scoperta di sé.</p> "Solitoudinnée" (titolo provvisorio, bizzarro ma esplicito... vero?) Uno spettacolo tragicomico con un solo attore, ispirato al romanzo "La valse des timides".
